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da Buenos Aires a Bogotà

...di nuovo in Colombia

Anche se il titolo del blog e molti suoi post (vecchi) suggeriscono racconti di vita argentina, dovrò deludervi dicendovi che d'ora in avanti la Colombia avrà l'esclusiva nel mio quaderno elettronico.
Vi renderò partecipi della mia ricerca di un destino (esisterà?) nel Paese del 'Sagrado Corazòn de Jesús' e dei miei eventuali e avventurosi spostamenti nel centro America..

Enjoy!

tenera età

Aerei militari solcano rumorosamente i cieli di Bogotà in questi giorni come stormi di rondini emigranti, disturbando continuamente le mie lezioni. E i bambini gridano: "è arrivato Chavez, è arrivato Chavez"!

Ricorreva il 90° anniversario della Forza Aerea Colombiana, anche qui dovevano avere le loro frecce tricolori!
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La notte delle streghe a Bogotà (Halloween, ndr)

La mia percezione di questa banalissima festa, da quanto ho potuto costatare, non va a braccetto con quella dei colombiani, che aspettano con ansia il fatidico giorno già dagli inizi di settembre. Mentre proibivo alle mie classi di fare feste in maschera a scuola, i miei amici si organizzavano per passare la notte delle streghe, come la chiamano qui, in un posto in cui nessuna madre avrebbe mai riconosciuto suo figlio (per via dei travestimenti, è chiaro), includendo anche me-ipocrita.

La corsa agli acquisti di halloween da queste parti è paragonabile a quella del periodo natalizio - che tra l'altro ha avuto inizio negli stessi giorni. Già dai primi di ottobre si vedevano zucche e teschi in tutti i negozi, gli accessori e i soprammobili più inutili, le vetrine con adesivi e brillantini, anche nella porteria del mio edificio avevano messo una piccola zucca a ricordare, in caso non lo sapessimo, che questo è il mese di halloween. Un mio alunno a scuola mi ha regalato una matita con un fantasmino con su scritto “halloween”, ma il gesto era troppo carino per manifestargli il mio disprezzo per questa festa.

Per non parlare dei costumi. Penso che la mancanza del carnevale in alcune città spinga i loro abitanti a cercare un altro momento dell'anno in cui potersi sbizzarrire con travestimenti e diventare chi non potranno mai essere. Minimo con due mesi d'anticipio si comincia a pensare al vestito, poi a dove comprarlo; la febbre degli acquisti online ha contagiato anche la Colombia, dove milioni di persone usano la loro carta di credito per comprare su siti statunitensi in cui la merce costa molto ma molto meno che nei negozi colombiani.

Dunque il più moderno avrà un costume arrivato direttamente dagli Stati Uniti, quello meno informatizzato avrà un costume preso in affitto e il più povero avrà il costume più originale perché sarà fatto in casa; ma in ogni caso l’importante è AVERE un costume.

Fatta eccezione per il periodo della mia infanzia,a me personalmente non è mai piaciuto mascherarmi, quest'anno mi hanno obbligata. Fino all’ultima settimana ho cercato scuse per evitare la festa di halloween, ma il dispiacere di alcuni amici e l’insistenza di altri al mio rifiuto di travestirmi mi hanno convinta a recarmi in un centro commerciale per cercare perlomeno una parrucca per non sembrare me stessa per una notte. Giovedì pomeriggio, due giorni prima della magica notte, era già tutto esaurito. I negozi pieni di clienti in cerca di lenti a contatto colorate o terrificanti, parrucche e ciglia finte versicolori, corna, forche, guanti, pistole, coltelli e quant'altro avessero bisogno per completare qualsiasi genere di travestimento.

Dopo aver visto tutto ciò, avevo ancora meno voglia di andare a una festa in maschera, quindi presa una parrucca con le corna e scelte un paio di ciglia finte, torno a casa a ripensare a cosa avevo fatto l'anno scorso. Corinaldo, ecco dov’ero, ero a una festa di Halloween a Corinaldo, tutto il paese era agghindato per l'occasione, c'erano balli e spettacoli, birra e navette stracariche di gente che in realtà non festeggiava halloween, ma cercava solamente una scusa per divertirsi un giorno in più all'anno. Difatti credo che solamente l’1% dei marchigiani di quella sera fosse in maschera, al contrario alla festa di ieri sera non si riusciva a riconoscere un volto: c’erano Mazinga, gli X-men, Star Trek, vari supereroi degli anni ‘80 colombiani oltre ai classici Superman, Batman e tutta la cricca.

Ero stupita davanti a uno spettacolo del genere, non avevo mai visto nessuno dare un'importanza smisurata al travestimento della notte di halloween come fanno i colombiani, o meglio i bogotani. Però c'è il trucco: questa festa è talmente sentita da queste parti che in tutti i locali ci sono in palio dei premi succulenti per colui o coloro che hanno il costume più originale. Vi dico solamente che i miei amici sono andati in finale come gruppo ed erano vestiti da “m&m”. Tiratele voi le conclusioni.

Ancora una volta il consumismo colombo-statunitense contrasta con il profondo cattolicesimo radicato in questo popolo. Chissà se al cimitero oggi avranno portato zucche o avranno adornato le lapidi per Natale… piuttosto raccapricciante.

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San Andresito

Un altro mondo, un'altra parte della città, il rovescio della medaglia, il lato oscuro di Bogotà. Sarà che io mi sono sempre mantenuta in una bolla di sapone e nelle zone più sicure e "posh" della città, ma la visita a San Andresito della settimana scorsa è stata un'esperienza che non potrò dimenticare.

Dovete sapere che originariamente San Andresito era una zona prettamente commerciale e molto popolare in cui la merce venduta non aveva IVA, né tasse d'importazione, di conseguenza era tutto molto più economico. Ce ne sono due in città, uno al nord e un altro al sud, ma dicono che quello del nord è molto più caro e non ha lo stesso assortimento di quello del sud. 

Come descrivere il posto? Un formichiere di venditori ambulanti, negozietti stracolmi di qualsiasi mercanzia, le bancarelle che si alternano a carrette di cibi grassi e tipici della cucina degli strati bassi della Colombia (empanadas, lechona, fritti di ogni tipo) e soprattutto senzatetto e persone che vivono di elemosina riempiono la zona già abbastanza affollata. Tutti cercano di venderti qualcosa, non puoi camminare per strada senza essere fermato da qualcuno che ti offre un dvd pirata a 2000 pesos o delle scarpe nike a 100000 o televisori, frigoriferi, vestititi, occhiali e mille altre cose, qualsiasi cosa tu stia cercando, la trovi a San Andresito.

C'è molta pirateria ovviamente, si può dire che è come una concentrazione di vucumprà (per farvi capire) che vendono Prada, Dolce e Gucci taroccati; qui c'è una varietà impressionante di marche e ovviamente bisogna stare attenti alle imitazioni, perché, a differenza dell'Italia, qualcosa di originale si trova. Ho un amico ad esempio che compra scarpe e vestiti su internet e li rivende a un altro amico che ha un negozio lì...che dire, l'economia gira.

Il motivo della mia visita comunque era cercare un paio di occhiali da vista (ovviamente solo la montatura) a un prezzo stracciatissimo. Con la speranza di trovare qualcosa di interessante che venisse da lontano, mi sono avventurata in questo mondo di evasori fiscali e accaniti commercianti. Diciamo che non era bello vedere gente che ti si attaccava per chiederti una moneta o che ti diceva che non aveva nulla da mangiare o che magari aveva intenzione di rubarti qualcosa. La mia amica dopo aver parcheggiato ha praticamente smontato la macchina per evitare che qualche ladruncolo lo facesse per lei: e togli la radio e stacca l'antenna, e togli il tappino dei tergicristalli, mancava solo che si portasse dietro i pneumatici! Vabè, meglio prendere precauzioni.

In ogni modo, dopo 5 negozi diversi di occhiali e dopo 30 modelli provati alla fine trovo quelli che fanno per me: un paio di Calvin Klein pagati sui 50 euro, dall'aspetto e dalla custodia sembrano originali, ma le imitazioni sono talmente perfette che nessuno se ne accorge...chissenefrega.

Dopo mezz'ora di fila per uscire da 20 metri quadrati di area e dopo vari mendicanti che si buttavano sul parabrezza per chiedere soldi siamo riusciti ad uscire da quel posto quasi inquietante, è stato come respirare una boccata d'aria fresca, casa mia sembrava essere su un altro pianeta... però a volte è bello poter esplorare l'universo.
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Coincidenze

Notizia del 15 aprile: è stato catturato il più importante narcotrafficante del Paese Daniel Rendón, alias 'don Mario', nella regione dell'Urabá, nella zona rurale di Necoclí.

Ora si spiegano tutti i carrarmati che ho visto con i cannoni puntati verso i monti e gli elicotteri di notte...
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Escursioni (riserva naturale Necoclì)

Dopo aver visitato le spiagge della zona e aver assaporato la cucina del posto (riso al cocco con fagioli, pesce fritto e insalata con frutta e avocado) eravamo pronti per conoscere la parte più selvaggia del paese.

Partimmo su un camioncino a rimorchio con un autista casuale con il quale avevamo concordato che gli avremmo pagato la benzina per accompagnarci e venire a riprenderci in quel posto sperduto nella selva. E che camioncino ragazzi! 18 persone tra cui 3 bambini buttati come sacchi di legumi in uno spazio stretto di un rimorchio precario e instabile.

Mentre ci addentravamo nella riserva il paesaggio intorno a noi si faceva sempre più selvatico, gli insetti cominciavano a farsi sentire sulla pelle e il sole picchiava duro. Arrivati nell'oasi naturale ci dissero che non potevamo procedere da soli, ma che avevamo bisogno di una guida e che la camminata sarebbe stata di 15 minuti per raggiungere il vulcano e altri 35 per arrivare a una cascata. Gli squattrinati dei miei amici non volevano tirar fuori neanche un peso per la povera guida, ma oramai eravamo lì e dopo mezz'ora di insistenti richieste di sconti, l'uomo ci fece un prezzo stracciatissimo e così ci incamminammo alla volta del vulcano.

Con mia grande sorpresa vidi che in quel posto sperduto nella selva viveva gente. Era un vero e proprio villaggio lontano dalla civiltà; l'unica cosa che poteva far pensare alla civilizzazione erano quei 4 o 5 turisti che si vedevano ogni tanto e i camion che trasportavano frutta, per il resto quella popolazione era ferma ai tempi della colonizzazione. Tuttavia, i contrasti non mancavano: nel bel mezzo del villaggio c'era una chiesa cristiana e proprio in quel momento si stavano dilettando in una gara canora; più avanti vidi un gruppo di 4 o 5 uomini che bevevano birra e ascoltavano musica caraibica a tutto volume; allo stesso tempo i bambini andavano a piedi nudi, le bambine, piccole com'erano, le mettevano già a cucinare e le case avevano i tetti di paglia.

Tra un ciottolo e una pietra, una pozzanghera e un prato fangoso, arrivammo a questo famoso vulcano, che a me tutto sembrava fuorché un vulcano. Era un pantano gigante pieno di fango in mezzo a una vasta radura dove stavano pascolando mucche e capre. La voglia di tuffarmi in quel lago di melma non è che fosse irrefrenabile, al contrario del mio amico che ci si tuffò di testa non appena arrivammo. Poi una cosa tira l'altra e loro mi tiravano fango addosso finché mi costrinsero a entrare... bleah! Avevo il fango fin dentro alle orecchie, i capelli appiccicosi e la bocca piena di terra. E pensare che c'è gente che paga per farsi trattamento corporali coi fanghi! Io in quel momento decisi di non usare più maschere per il viso, quel bagno mi sarebbe bastato per almeno 2 anni!

Una volta usciti dal pantano urgeva una lavata e una 'scorticata' profonda, ma per arrivare alla cascata ci aspettava una scalata - era tutta in salita - di 35 minuti sotto il sole, con il fango addosso che si seccava e la pelle che tirava, senza scarpe e/o ciabatte perché si scivolava e una fame bestiale perché erano le 3 e non avevamo ancora pranzato. Il viaggio in moto a confronto con questa camminata non era nulla. Io procedevo con passo lento, scalzo e dolorante sulla terra a volte arida, a tratti fangosa, su ponticelli instabili e su sassi scivolosi, sembrava un percorso ad ostacoli, ma almeno il paesaggio valeva la pena di essere osservato!

Dopo svariati minuti di cammino arrivammo alla cascata che risultò essere un laghetto di acqua sporca con un getto d'acqua limpida che cadeva con forza  su una parete rocciosa, finalmente una doccia potente, pensai. Venti minuti sotto l'acqua e non riuscii a lavar via tutto il fango che avevo addosso, ma si era fatto tardi, dovevamo lasciare quel posto perché l'oscurità ci avrebbe impedito di tornare indietro, l'avventura era finita.

Giunti di nuovo al paese, cercai di togliermi di dosso tutto il fango che potevo sotto quel rubinetto che chiamavano doccia e tornai a Medellìn nel bus delle 9 di sera. Non avrei sopportato un altro viaggio in moto... 
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Necoclì (il villaggio)

Quest'anno Necoclì compie 500 anni dalla sua nascita e la sua evidente arretratezza ne è la prova, sembra che non siano state realizzate opere architettoniche dalla sua fondazione, forse hanno solamente buttato un po' di cemento per mettere su l'unico BANCOMAT del paese.

La famiglia che ci ospitò fu gentilissima e disponibile sin dal primo momento, nonostante l'estrema umiltà in cui era avvolta la loro casa: 3 grandi stanze una dopo l'altra e un bagno adiacente all'ultima costituivano la loro dimora. I muri vecchi e ormai rovinati scandivano lo spazio tra gli ambienti aperti, non esistevano porte, tranne quella dell'ingresso; ciò che creava un briciolo di privacy erano solamente delle tendine trasparenti che venivano sempre tirate su perché si moriva dal caldo e non soffiava neanche un filo d'aria. Non c'era acqua corrente, ma si usava l'acqua del pozzo, per lavarsi i denti invece, quella in bottiglia; la doccia era un tubicino dal quale usciva un getto d'acqua che non era neanche comparabile al rubinetto della cucina di casa mia; ovviamente lo scaldabagno non esisteva, quindi di mattina l'acqua era fredda e di sera si intiepidiva un po' grazie ai 38 gradi costanti della giornata. Vi dico tutto questo per farvi capire quanto la modestia della loro casa fosse direttamente proporzionale al loro senso di ospitalità e buon cuore.

Il paese non ha strade asfaltate, ma terra; poche macchine, molte moto, ancora di più mototaxi; di spiagge e vegetazione tropicale ce n'è quante ne volete e la gente che beve birra sulla spiaggia non è affatto un fenomeno raro - io non capisco questa mania dei colombiani di bere birra in spiaggia sotto il sole amaro - e frutta frutta frutta tropicale a volontà offerta da venditori ambulanti paragonabili ai nostri 'vucumprà', solo che qui non vendono braccialetti, anzi, a ora di pranzo ti vendono anche un ceviche (cocktail di gamberi) che ti preparano al momento. Ero arrivata in paradiso.

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I diari della motocicletta (Necoclì)


Ci sono cose che si devono fare almeno una volta nella vita (e magari evitare di rifarle), tipo lanciarsi con un paracadute, fare bungee jumping, fare la ruota... cioè tutte le cose che fa la tipa della pubblicità degli assorbenti quando ha il ciclo. Io per fortuna non avevo il ciclo, ma ho avuto il coraggio di farmi un viaggio in moto di 12 ore: destinazione costa caraibica. L'idea non mi allettava granché a dir la verità, ma siccome eravamo un gruppo di squattrinati, siamo stati costretti a scegliere il mezzo più economico per viaggiare, la moto appunto.

Partenza da Medellìn alle 3.30 del mattino, 4 moto, 8 ragazzi pieni di speranze (di poter arrivare un giorno al mare) e con le tasche vuote, diretti a Necoclì, piccolo paese costiero nella regione di Antioquia, costa atlantica colombiana. L'inizio del viaggio è stato abbastanza sopportabile, le prime 3 ore ho sofferto solamente il freddo, il paesaggio era piuttosto montagnoso; di paesini di clima caldo ce n'erano ben pochi e li abbiamo trovati solo durante la prima ora di viaggio, poi freddo.

Prima sosta alle 6 per fare colazione e riscaldarci un po' gli animi. Seconda tappa alle 8 per una seconda colazione, stavolta più abbondante, alla colombiana, con carne, riso, uova e arepa. Io avevo la nausea e non mi sentivo il sedere, ma perlomeno eravamo già entrati in clima caldo. Alle 12 incidente di percorso, un motociclista aveva beccato un cratere in strada e aveva forato, sosta obbligata dal meccanico. Fame, sete, caldo, stanchezza e le 9 ore di viaggio mi avevano sfinita, non vedevo l'ora che quel calvario finisse, ma mancava ancora molto.

Ci avvicinavamo sempre di più al mare quando una pattuglia della polizia stradale ci fermò per requisirci, niente di strano, ispezione di routine. Ad un certo punto non vedevo altro che piantagioni infinite di banani e platani - ho anche visto passare un camion di banane con l'etichetta Del Monte - distese interminabili di verde e sullo sfondo un sole ardente, e noi in moto, e la strada che sembrava non finire più.

Finalmente, dopo circa 50 km di strada sterrata, vari salti sulla moto e diversi lividi vedemmo il mare dei Caraibi! Tuttavia, la nostra meta era ancora lontana, arrivammo a destinazione alle 3 del pomeriggio, dopo ben 12 ore di tarantella su quel diavolo a due ruote, non potevo crederci. La prima cosa che feci fu mettere i piedi in acqua, poi una birra con i miei compagni di viaggio, conoscere la famiglia che ci avrebbe ospitati e visitare la loro dimora.


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