Come al solito le mie avventure sono tutte da raccontare, non avrei mai pensato di dover sopportare un calvario come quello di oggi. Potrei prenderla sul lato divertente (perché c'è veramente da ridere), ma in realtà sono esausta e con i nervi a fior di pelle.
Sveglia alle 5.30, la mia accompagnatrice cucutegna, Ninfa, mi aspettava davanti all'hotel alle 6.00 per prendere un bus che ci avrebbe portate a San Antonio. C'erano vari modi per arrivare: il bus antidiluviano (tariffa di $1300/€1), un ferro vecchio degli anni '50 che partiva solo quando c'erano almeno 4 passeggeri ($2500/€2) o una moto che ovviamente poteva trasportare solamente un passeggero. Montiamo sul bus e ci sorbiamo il traffico doganale, file di camion in attesa del via libera per oltrepassare il confine. Scendiamo per far timbrare il mio passaporto, perché la signora colombiana che era con me non ce l'aveva neanche il passaporto, il controllo migratorio diciamo che per i cucutegni non esiste.
Bene, sono entrata in Venezuela. Dalla dogana prendiamo un altro mezzo, una di quelle macchine degli anni 50 che in quel momento stava passando sul ponte della dogana. -A quanto fino in centro? - A 1000 pesos. Perfetto, saliamo in macchina e ci assale una ventata di afa mista a un fortissimo odore di benzina. Il tipo ci lascia di fronte al Consolato Colombiano e ci fa pagare $1500 per aver fatto 100 metri in più, non importa, finalmente sono arrivata. Sono le 7.30. In Venezuela il fuso orario è di mezz'ora avanti, non chiedetemi perché.
Mi siedo nella sala d'attesa e comincio a scrutare la segretaria che mi avrebbe dovuto aiutare: la giornata non si prospettava delle migliori. Occhiali, trucco pesante, labbra carnose, una canotta che accentuava le rotondità e non lasciava nulla all'immaginazione e un culo esageratamente grande che gridava "liberatemi da questi jeans". Chiedeva continuamente caffé, faceva favori a tipi che erano arrivati dopo di me, mi guardava di traverso: io non le piacevo, né lei mi piaceva. Ero sempre più agitata, fino a quando entro nel suo ufficio, le consegno i miei documenti e aspetto in silenzio. Questa donna non ha grazia, pensavo, sfogliava quelle carte con superficialità e impazienza, alla fine mi dice "aspetta lì seduta" senza aggiungere altro. Volevo almeno sapere in che moneta avrei dovuto pagare e come, domanda che le fa senza pensarci due volte la mia accompagnatrice ficcanaso e petulante: il visto si paga in dollari o in pesos colombiani, non si accettano carte di credito, solo contanti. La mia idea era ritirare in una banca vicino al consolato, ma la simpaticona mi dice "qui a San Antonio non ci sono pesos, qui non ci sono soldi (Eh?! Come non ci sono soldi? Cosa dice?). Beh, per non mettermi a discutere, prendo Ninfa per il braccio e dico "Andiamo in fretta a Cucuta, ritiro e torniamo al consolato prima delle 11, visto che la tipa ci aveva preannunciato una lunga mattinata d'attesa.
Detto fatto, senza passaporto torno in Colombia in "carro" (ferro vecchio) con due tipi seduti sul sedile di fronte che non la smettevano di fissarmi dallo specchietto retrovisore. Ci fermiamo nel primo centro commerciale, ritiro e offro la colazione a Ninfa, lei ordina un brodo di carne con arepa e caffelatte, io un'arepa con formaggio e uova sbattute con caffelatte. Penso che la povera signora non aveva mai fatto di là e di qua così tante volte in un giorno, la colazione se la meritava!
Ritorno a San Antonio, stavolta in bus, stavolta in piedi, stavolta il sole scotta di più. Arrivate al consolato vedo una chiamata sul mio cellulare di mezz'ora prima, merda ho perso il turno! Mi siedo e aspetto paziententemente che mi chiamino. Dopo un po' esce il console dal suo ufficio e rivolgendosi alla mia guida, domanda: "ha visto mica una ragazza italiana?" Sono io, sono io! Dopo 5 minuti mi riceve e mi si illumina il volto al vedere che sul paccozzo di documenti che avevo consegnato ore prima si adagiava un adesivo roseo che diceva VISA. E' fatta, mi hanno dato il visto... solo che il console continuava a farmi domande senza senso e non so come, arivò a raccontarmi di un tavolo da gioco intarsiato in legno di noce che avevo comprato in Italia nell'85. Anelava ad averne un altro e mi chiedeva dove potesse trovarlo. Beh, 10 minuti dopo ero sul suo computer a cercargli tavoli da gioco antichi su e-bay. Ma tutte a me capitano?
Nel frattempo, la culona insospettita e ingelosita si era messa ad origliare alla porta perché non capiva il motivo che avesse spinto il console a chiudersi a chiave in ufficio. La cosa peggiore è che dovevo passare da lei prima di poter abbandonare il consolato e ovviamente non si risparmiò un ultimo dispetto. Dovevo fare una copia di tutti i documenti che avevo consegnato, incluso il visto appena rilasciato, torno da lei, guarda le fotocopie del visto e mi fa "qui manca la foto, dammi un'altra foto". Incolla con cattiveria la foto sill'originale del visto e me lo consegna "ora fanne due copie". Grrrr, maldita sea!
Fortunatamente tutto si è concluso prima di mezzogiorno, ma attenzione! Il caro governo venezuelano mi ha obbligato a pagare una tassa di uscita dal Paese (sì, fa ridere)
di 46 bolivares e vai a cambiare pesos in bolivares, pago e mi mettono il timbro d'uscita. Di nuovo sul bus, prossima fermata, dogana colombiana per il timbro d'ingresso al Paese (stavolta con visto, yuppi!). Il tipo guardava e riguardava il mio passaporto, non aveva fretta, dietro di me non c'era più fila. "Dove hai imparato così bene lo spagnolo?" Solita domanda per cominciare una conversazione che non avrebbe portato a nulla, ma che in realtà mi ha solo fatto perdere tempo.
Durante il ritorno a Cucuta, sull'ennesimo microbus, a momenti muoio asfissiata dalla puzza di benzina, perché l'autista ha avuto la brillante
idea di fare benzina per strada. Ma non in una stazione di servizio, NO! Dato che la benzina è estremamente economica in Venezuela, molti furbetti hanno ben pensato di improvvisarsi venditori
ambulanti di gasolio lungo tutta l'autostrada che unisce Cucuta a San Antonio. Ogni 100 metri si vedeva un omino sotto il sole amaro (o i più fortunati si riparavano sotto l'ombra di un albero) con varie taniche di benzina ai loro piedi, pronti a rifornire con 90 cm di tubo di gomma qualsiasi bus, taxi, moto o ferro vecchio che ne avesse bisogno. I sudamericani sono davvero pieni di risorse!
Dopo aver salutato Ninfa mi precipito in hotel per fare la valigia e per pregare la compagnia aerea di farmi tornare oggi stesso a Bogotà (lunedì 16). Il mio ritorno in realtà era previsto per sabato perché avevo in programma una scappata a Mérida, ma ho preferito pagare la penale in aeroporto e tornare nella fredda Bogotà. Domani registrerò il mio visto e mi daranno il documento d'identità colombiano. Devo riposare.
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