martedì, aprile 14, 2009

Escursioni (riserva naturale Necoclì)

Dopo aver visitato le spiagge della zona e aver assaporato la cucina del posto (riso al cocco con fagioli, pesce fritto e insalata con frutta e avocado) eravamo pronti per conoscere la parte più selvaggia del paese.

Partimmo su un camioncino a rimorchio con un autista casuale con il quale avevamo concordato che gli avremmo pagato la benzina per accompagnarci e venire a riprenderci in quel posto sperduto nella selva. E che camioncino ragazzi! 18 persone tra cui 3 bambini buttati come sacchi di legumi in uno spazio stretto di un rimorchio precario e instabile.

Mentre ci addentravamo nella riserva il paesaggio intorno a noi si faceva sempre più selvatico, gli insetti cominciavano a farsi sentire sulla pelle e il sole picchiava duro. Arrivati nell'oasi naturale ci dissero che non potevamo procedere da soli, ma che avevamo bisogno di una guida e che la camminata sarebbe stata di 15 minuti per raggiungere il vulcano e altri 35 per arrivare a una cascata. Gli squattrinati dei miei amici non volevano tirar fuori neanche un peso per la povera guida, ma oramai eravamo lì e dopo mezz'ora di insistenti richieste di sconti, l'uomo ci fece un prezzo stracciatissimo e così ci incamminammo alla volta del vulcano.

Con mia grande sorpresa vidi che in quel posto sperduto nella selva viveva gente. Era un vero e proprio villaggio lontano dalla civiltà; l'unica cosa che poteva far pensare alla civilizzazione erano quei 4 o 5 turisti che si vedevano ogni tanto e i camion che trasportavano frutta, per il resto quella popolazione era ferma ai tempi della colonizzazione. Tuttavia, i contrasti non mancavano: nel bel mezzo del villaggio c'era una chiesa cristiana e proprio in quel momento si stavano dilettando in una gara canora; più avanti vidi un gruppo di 4 o 5 uomini che bevevano birra e ascoltavano musica caraibica a tutto volume; allo stesso tempo i bambini andavano a piedi nudi, le bambine, piccole com'erano, le mettevano già a cucinare e le case avevano i tetti di paglia.

Tra un ciottolo e una pietra, una pozzanghera e un prato fangoso, arrivammo a questo famoso vulcano, che a me tutto sembrava fuorché un vulcano. Era un pantano gigante pieno di fango in mezzo a una vasta radura dove stavano pascolando mucche e capre. La voglia di tuffarmi in quel lago di melma non è che fosse irrefrenabile, al contrario del mio amico che ci si tuffò di testa non appena arrivammo. Poi una cosa tira l'altra e loro mi tiravano fango addosso finché mi costrinsero a entrare... bleah! Avevo il fango fin dentro alle orecchie, i capelli appiccicosi e la bocca piena di terra. E pensare che c'è gente che paga per farsi trattamento corporali coi fanghi! Io in quel momento decisi di non usare più maschere per il viso, quel bagno mi sarebbe bastato per almeno 2 anni!

Una volta usciti dal pantano urgeva una lavata e una 'scorticata' profonda, ma per arrivare alla cascata ci aspettava una scalata - era tutta in salita - di 35 minuti sotto il sole, con il fango addosso che si seccava e la pelle che tirava, senza scarpe e/o ciabatte perché si scivolava e una fame bestiale perché erano le 3 e non avevamo ancora pranzato. Il viaggio in moto a confronto con questa camminata non era nulla. Io procedevo con passo lento, scalzo e dolorante sulla terra a volte arida, a tratti fangosa, su ponticelli instabili e su sassi scivolosi, sembrava un percorso ad ostacoli, ma almeno il paesaggio valeva la pena di essere osservato!

Dopo svariati minuti di cammino arrivammo alla cascata che risultò essere un laghetto di acqua sporca con un getto d'acqua limpida che cadeva con forza su una parete rocciosa, finalmente una doccia potente, pensai. Venti minuti sotto l'acqua e non riuscii a lavar via tutto il fango che avevo addosso, ma si era fatto tardi, dovevamo lasciare quel posto perché l'oscurità ci avrebbe impedito di tornare indietro, l'avventura era finita.

Giunti di nuovo al paese, cercai di togliermi di dosso tutto il fango che potevo sotto quel rubinetto che chiamavano doccia e tornai a Medellìn nel bus delle 9 di sera. Non avrei sopportato un altro viaggio in moto...

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martedì, aprile 14, 2009

Escursioni (riserva naturale Necoclì)

Dopo aver visitato le spiagge della zona e aver assaporato la cucina del posto (riso al cocco con fagioli, pesce fritto e insalata con frutta e avocado) eravamo pronti per conoscere la parte più selvaggia del paese.

Partimmo su un camioncino a rimorchio con un autista casuale con il quale avevamo concordato che gli avremmo pagato la benzina per accompagnarci e venire a riprenderci in quel posto sperduto nella selva. E che camioncino ragazzi! 18 persone tra cui 3 bambini buttati come sacchi di legumi in uno spazio stretto di un rimorchio precario e instabile.

Mentre ci addentravamo nella riserva il paesaggio intorno a noi si faceva sempre più selvatico, gli insetti cominciavano a farsi sentire sulla pelle e il sole picchiava duro. Arrivati nell'oasi naturale ci dissero che non potevamo procedere da soli, ma che avevamo bisogno di una guida e che la camminata sarebbe stata di 15 minuti per raggiungere il vulcano e altri 35 per arrivare a una cascata. Gli squattrinati dei miei amici non volevano tirar fuori neanche un peso per la povera guida, ma oramai eravamo lì e dopo mezz'ora di insistenti richieste di sconti, l'uomo ci fece un prezzo stracciatissimo e così ci incamminammo alla volta del vulcano.

Con mia grande sorpresa vidi che in quel posto sperduto nella selva viveva gente. Era un vero e proprio villaggio lontano dalla civiltà; l'unica cosa che poteva far pensare alla civilizzazione erano quei 4 o 5 turisti che si vedevano ogni tanto e i camion che trasportavano frutta, per il resto quella popolazione era ferma ai tempi della colonizzazione. Tuttavia, i contrasti non mancavano: nel bel mezzo del villaggio c'era una chiesa cristiana e proprio in quel momento si stavano dilettando in una gara canora; più avanti vidi un gruppo di 4 o 5 uomini che bevevano birra e ascoltavano musica caraibica a tutto volume; allo stesso tempo i bambini andavano a piedi nudi, le bambine, piccole com'erano, le mettevano già a cucinare e le case avevano i tetti di paglia.

Tra un ciottolo e una pietra, una pozzanghera e un prato fangoso, arrivammo a questo famoso vulcano, che a me tutto sembrava fuorché un vulcano. Era un pantano gigante pieno di fango in mezzo a una vasta radura dove stavano pascolando mucche e capre. La voglia di tuffarmi in quel lago di melma non è che fosse irrefrenabile, al contrario del mio amico che ci si tuffò di testa non appena arrivammo. Poi una cosa tira l'altra e loro mi tiravano fango addosso finché mi costrinsero a entrare... bleah! Avevo il fango fin dentro alle orecchie, i capelli appiccicosi e la bocca piena di terra. E pensare che c'è gente che paga per farsi trattamento corporali coi fanghi! Io in quel momento decisi di non usare più maschere per il viso, quel bagno mi sarebbe bastato per almeno 2 anni!

Una volta usciti dal pantano urgeva una lavata e una 'scorticata' profonda, ma per arrivare alla cascata ci aspettava una scalata - era tutta in salita - di 35 minuti sotto il sole, con il fango addosso che si seccava e la pelle che tirava, senza scarpe e/o ciabatte perché si scivolava e una fame bestiale perché erano le 3 e non avevamo ancora pranzato. Il viaggio in moto a confronto con questa camminata non era nulla. Io procedevo con passo lento, scalzo e dolorante sulla terra a volte arida, a tratti fangosa, su ponticelli instabili e su sassi scivolosi, sembrava un percorso ad ostacoli, ma almeno il paesaggio valeva la pena di essere osservato!

Dopo svariati minuti di cammino arrivammo alla cascata che risultò essere un laghetto di acqua sporca con un getto d'acqua limpida che cadeva con forza su una parete rocciosa, finalmente una doccia potente, pensai. Venti minuti sotto l'acqua e non riuscii a lavar via tutto il fango che avevo addosso, ma si era fatto tardi, dovevamo lasciare quel posto perché l'oscurità ci avrebbe impedito di tornare indietro, l'avventura era finita.

Giunti di nuovo al paese, cercai di togliermi di dosso tutto il fango che potevo sotto quel rubinetto che chiamavano doccia e tornai a Medellìn nel bus delle 9 di sera. Non avrei sopportato un altro viaggio in moto...

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