Il mio secondo tour sulla costa sembra che stia prendendo una brutta piega, il suo inizio tuttavia prometteva bene. Mi trovo nella cittadina di Santa Marta, in un baretto sfigato ad aspettare 5 amici che vengono in macchina da Cartagena. Il Capodanno, infatti, l'abbiamo passato proprio lì, in una delle città coloniali più belle della costa caraibica; avevamo bisogno di fuggire dalla morsa di Bogotà, le grandi metropoli diventano ancora più insopportabili nei periodi di vacanza, forse perché si svuotano e vorresti tagliarti le vene piuttosto che vivere in quella squallida desolazione.
Caldo, mare e respirare iodio da mattina a sera mi hanno aiutata in questi ultimi due giorni a far riposare il cervello e le stanche membra. Cartagena è una città magica come molte in Colombia, ha un'atmosfera che ti cattura e che ti trasmette una sensazione di benessere che provoca una specie di sfarfallio nello stomaco.
Il mio alloggio in questa città ovviamente non era un hotel a 5 stelle, né un ostello di backpackers (molto rari qui in Colombia), ma la casa del mio ex coinquilino a Bogotà, Mario, che vive in un quartiere molto caratteristico. Diciamo che la zona è tra le più povere della città, infatti è situata in periferia, a 20 minuti dal centro storico e ci si arriva passando per strade brecciate e dissestate. La caratteristica più eclatante del quartiere - senonché della maggior parte delle città della costa colombiana - erano gli enormi impianti stereo, casse, woofer, subwoofer e tutto il banchetto del DJ davanti alla porta di casa, sul terrazzo, sul balcone, sotto il portico. Lo scopo degli abitanti di queste case-stereo è che la musica si senta fino all'altro capo della città. Ero allibita, mi chiedevo come avessero i timpani, in quel momento ho capito perché la gente della costa grida così tanto. Era come una gara a chi avesse la cassa più potente, una cosa fuori di testa.
Mario vive con la nonna, una signora tipicamente "costegna" tutta simpatica: il viso solcato dalle rughe del sole e dell'età, una mulatta con un sedere talmente grande che fa fatica a trascinare, per questo cammina come un pinguino grasso, felice di rivedere il nipote e servizievole come tutte le nonne del mondo. "Abue" (diminutivo di abuela, nonna in spagnolo) passa il suo tempo seduta su una sedia a dondolo davanti casa, aspettando il tramonto per potersi godere qualche ora di fresco.
Nel quartiere, come vi accennavo poco fa, non si parla, si grida: il nipote alla nonna, la nonna alla vicina, la vicina al tipo del negozio di fronte e così via. Addirittura la mia colazione è stata ordinata dalla mia stanza gridando al tipo del chioschetto sotto casa.
Diverso dai quartieri periferici, invece, è il centro storico, saturo di turismo e zeppo di hotel di lusso, McDonald's e ristoranti italiani. Il cenone di fine anno, infatti, si è svolto in un ristorantino italiano il cui aspetto non era per niente invitante, ma il menù a base di pesce è stato assolutamente insuperabile.
Due minuti prima della mezzanotte eravamo in centro a vedere i fuochi d'artificio per l'arrivo del nuovo anno che illuminavano la muraglia e il mare vicino. Mi sentivo un po' a Francavilla, ma la città era avvolta da un'atmosfera troppo caraibica per farmi sentire a casa.
Sono arrivati i miei amici in macchina, vediamo dove andremo a dormire stasera...
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